Iacopo Pesenti. La pratica dell’Enigma

Intervista di Gregorio Raspa per Small Zine, 2021

G.R. Iacopo, nella tua pittura il confine tra inconscio e razionalità è costantemente posto in discussione. Con i tuoi dipinti offri scampoli di realtà, per poi traghettare la visione in una dimensione alternativa. Quali sono, nel tuo caso, gli stimoli che suggeriscono la via da seguire nel processo di costruzione dell’opera?

I.P. Non saprei dire molto a riguardo. Spesso rimango impressionato da un brano musicale, dal personaggio di un romanzo, da un frame cinematografico. Ma questo mi succede anche osservando ad esempio un ingranaggio rotto, o la griglia di un tombino. Mi interessa la catena di queste impressioni. Nei casi più fortunati può accadere che, partendo da simili pretesti, si inneschi un moto di esagerazioni e allontanamenti, spesso costellato di ripensamenti per me fondamentali. In questo senso, vedo nell’errore un improvviso e stimolante slittamento.

G.R. Da qualche anno lavori come assistente personale del maestro Mario Raciti. In che modo questa importante esperienza ha influito sul tuo percorso di ricerca?

I.P. In Mario Raciti ho incontrato un artista di fine intelletto e di rara umanità, che ha saputo attraversare con discernimento il mare delle tendenze e dei movimenti su cui andava rifondandosi il fare artistico del suo tempo. Non si è lasciato incantare da certe sirene teoretiche. In questo vedo un esempio per molti fra noi.

G.R. Seppur fondato sul dialogo tra lo spazio e l’energia vitalistica delle figure, il tuo linguaggio pittorico esprime un forte rigore formale, palesato soprattutto per mezzo dell’uso sapiente della geometria e della prospettiva. Quanto contano, nella tua pratica operativa, il controllo sulla composizione e il lavoro di progettazione preliminare necessario al suo raggiungimento?

I.P. Direi che l’apparenza rigorosa delle mie immagini rifletta una mia rigidità caratteriale, della quale per ora non potrei privarmi nel dipingere. Da questa hanno origine attriti e dissonanze che sono fondamentali per me. In sostanza, mi adopero per predisporre adeguatamente un campo entro cui una certa tensione possa apparire nitidamente.

G.R. Con la serie di dipinti su tavola dal titolo Iperuranio (2016-2018) hai inaugurato un percorso di sperimentazione pittorica rivelatosi decisivo nell’ambito del processo di definizione della tua ricerca. Mi diresti qualcosa in più sulla genesi di questo progetto?

I.P. Iperuranio é stato per me il tentativo di disintossicarmi dall’aridità di una certa nozione dell’arte, e scongiurare nel possibile le mie fascinazioni intellettuali di studente. In quest’ottica, ho vissuto tale esperienza come il contrario di un esperimento. Ad ogni modo, credo di aver innescato un meccanismo che mi ha portato a uscire dal sentiero iniziale. Da allora mi impegno per coltivare questo aspetto erratico del lavoro. Per non annoiarmi.

G.R. Nella recente serie Enigma (2019) affronti in maniera ancora più decisa il rapporto con il mistero e con l’ignoto esasperando, ad esempio, la tensione metafisica del lavoro, già presente nel ciclo Iperuranio. In tal senso, il titolo stesso della serie, di dechirichiana memoria, sembrerebbe fornire più che un indizio a conferma quanto appena detto. Mi parleresti di questi lavori?

I.P. Personalmente ritengo che tutta la pittura sia metafisica, nella distanza che essa presuppone, e nella sua inevitabile interdipendenza con la realtà quotidiana. Quanto a me, si è forse acuito soltanto il mio senso di responsabilità rispetto ai temi e ai soggetti che mi hanno accompagnato negli ultimi anni. E il tentativo di condensare questi ha comportato d’altro canto un naturale svuotamento. In questo senso, il verde di Enigma è un silenzio assordante, entro cui ogni presenza incide più gravemente.

G.R. Se osservati nell’insieme, i singoli dipinti che compongono il ciclo Enigma sembrano definire, come in un grande e apparentemente illogico mosaico, porzioni complementari di uno spazio unico. In esso le figure si succedono, con infinite combinazioni, quasi seguendo una comune traccia sotterranea. Questo senso di interdipendenza fra le opere, ai miei occhi riscontrabile, in senso lato, anche nell’impianto concettuale del lavoro e nel rapporto sintagmatico tra gli elementi in causa, esiste realmente? Se sì, che valore assume nell’economia complessiva della serie?

I.P. La musica, con i suoi colori e strutture, è per me un’inesauribile fonte di ispirazione. Con Enigma, suggestionato da alcune composizioni di Bach, ho desiderato una serie di dipinti che potesse svilupparsi come un insieme di variazioni su un tema. Confesso che, nella mia fantasia, mi sento un musicista. Penso alla metafora dei Quadri a un’esposizione di Mussorgsky. Vorrei realizzare una serie che mi emozioni come un album dei Genesis.

G.R. Sotto l’aspetto formale, il Leitmotiv del ciclo pittorico in parola è senz’altro rappresentato dal verde intenso e luminoso impiegato per gli sfondi. Un colore quasi ipnotico, steso in maniera uniforme sulla tela, senza “incidenti” segnici o modulazioni tonali. Come è nata l’idea del suo utilizzo prevalente e sistematico?

I.P. Già in Iperuranio si notano campiture monocromatiche dalle tinte decise, significative di forze sconosciute che incurvano i margini del quadro come a deformare lo stesso sguardo osservante. Ho sentito il richiamo di quel verde, divenuto via via significativo di un’interiorità sconfinata e sacra, entro cui anche al pensiero più imbarazzante è concesso di incarnarsi, assumendo la dignità di un monumento.

G.R. Con il progetto Enigma la tua indagine condotta sul rapporto, complesso e affasciante, tra realtà fenomenica e visione dell’immaginario, ha senz’altro raggiunto un livello di approfondimento e di maturità pienamente definito anche se, suppongo, non ancora definitivo. In tal senso, qual è la prospettiva futura della tua ricerca pittorica?

I.P. Il lavoro su Enigma è stato per me un momento di raccoglimento e meditazione che non credo si sia del tutto concluso. Ad ogni modo, sto lavorando per ridefinire e ampliare il mio repertorio in modo da poter dare corpo a soggetti più sfuggevoli. Sento il bisogno di spazi aperti, e sempre più spesso la mia attenzione si rivolge al cielo. Staremo a vedere.